Questi sono brevi spunti di riflessione nati dal report del MIT sull’uso dell’AI da parte degli studenti e docenti. Lo si può consultare integralmente qui

AI increases students isolation

Usando l’aneddotica, ricordo che parte della mia esperienza più formativa in uni erano le sessioni di studio di gruppo. Anche oggi credo sia più stimoltante lavorare in gruppo

D’altra parte, vedo che io e i colleghi si affidano sempre di più all’ai come strumento per sondare verità, confermare che un dato sia corretto, che un ragionamento sensato.

AI is changing what student need to know

Se gli studenti possono scrivere convincenti e buoni report, come testo le conoscenze e le capacità di uno studente se non oralmente? Mi sembra un bottleneck per grandi esami in triennale

Le persone si fidano di più dell’analiticità e programmaticità dei modelli, con buone ragioni, ma così facendo viene meno l’esercizio critico di dubito e formazione di un idea, quanto del confronto.

Per report, assessments, decisioni importanti, l’analiticità è necessaria, ma non lo è per forza durante l’apprendimento. Ne riparlo più avanti.

Students inefficiensies are features, not bugs

Qui l’MIT chiede agli istruttori di non sostituire glu studenti con agenti per il loro lavoro di ricerca, almeno non in toto. Questo per un motivo di missione: l’ente deve formare le nuove generazione. Ergo, nel processo di apprendimento ci saranno inefficienze causate dal processo di trial and error.

Sono molto d’accordo con l’intento, però l’Istituto chiede anche ai suoi ricercatori, che magari vivono di contratti da postdoc non tenukre track e che quindi hanno bisogno di un output in ricerca sostanziali, dovuto alla competitività del settore, per sopravvivere.

E se ciò venisse chiesto a chi ha già sicurezze in carriera? A chi sa già di avere una tenure track e che è stato assunto con l’intento di insegnare. Forse sarebbe più giusto. D’altra parte, anche gli associati e sopra hanno molto poco tempo, si veda la.costamte ricerca di fondi. È un problema del sistema ricerca, che richiederebbe una ristrutturazione che neanche un ente grande come l’MIT potrebbe affrontare da sé.

Distillare l’idea negli studenti che il processo di apprendimento deve essete inefficiente e che il prodotto di questo percorso non è il diploma o il voto finale ma la propria formazione

Discussione ragionevole da parte dell’ente e importante, però che non può sfuggire alle logiche di mercato con cui gli studenti sono costretti ad interfacciarsi.

Comunque questo punto mi fa pensare ad un’altra cosa, ovvero a come un istruttore deve basate le porprie lezioni. Mi fa chiedere: come preparo una lezione per lasciar qualcosa allo studente? In particolare nel momento in cui vi è lo strumento della programmazione automatica? Ovviamente qui prendo un settore specifico ma credo che i discorso possa valere per altri ambiti dove l’uso delle parole è centrale. Forse si dovrebbe comunicare più l’intento di un azione, il come impostare un problema, o quali strumenti sono adatti a specifici problemi, o comprensione del perché un design o soluzione è meglio di un altro. Non so, anche qui c’è spazio per tanto.

La paura di non farcela, spinge le persone ad affidarsi completamente all’AI. Non usandolo più come strumento ma come sostituto

Considerazione tanto generalizzabile e mi sembra, per la mia esperienza, un facile tranello in cui uno studente può cadere. Se ho paura di una scadenza, se non capisco a fondo un argomento, se ho timore mi tolgano la borsa perché non supero l’esame entro la sessione autunnale, allora provo a delegare tutto all’AI, sperando sia la mia magica soluzione. Il meccanismo cognitivo è evidente: mi deresponsabilizzo, dando il compito in toto all’AI, per togliermi da un’angoscia.

Ancora una volta, secondo me, ci si trova davanti ad un limite della nostra società. Una pressione sull’avere una carriera ricca, per i voti alti e dal mondo del lavoro per essere “performativi”. L’articolo suggerisce il termine tecnico “abbandono cognitivo”. Evidenzio il punto non perché ho una soluzione ma perché mi colpisce personalmente.

Penso che questo aspetto sia complesso da affrontare in aula e credo che la discussione si debba spostare su due livelli: sulla singola persona, con un percorso psicologico, un confronto; sull’intera società (here we go again) per riconsiderare cosa vuol dire fare l’Università. Mi auto-domando: ma l’ente non fa parte della società e non alimenta certe pratiche competitive che spingono poi le persone a sviluppare queste paure e timori? Sì, per cui ha forse senso rimetterlo nel discorso, però continui ad avere dubbi su ciò.

Practical advices

E’ interessante l’idea di diminuire i tipi di test e compiti che MIT utilizzava spesso per le valutazioni, ovvero lunghi report e compiti da fare a casa. Attenzione viene messa anche al voler eliminare in toto l’AI dai compiti assegnati agli studenti, sostituendo questi con esercitazioni in classe, dove vi è maggior controllo. Il report riconosce questo controllo e costrizione dell’attività di risoluzione degli esercizi in classe come controproducente perché:

  1. confinata alle sole ore di lezione
  2. manca la parte in cui lo studente “sbatte la testa” contro l’esercizio

Quindi si incita ad evitare queste pratiche, ma a trovare altri strategie che non rifiutino l’inevitabile uso dell’AI.